Ecolallaliche

Arduino Sacco Editore, 2009

Arduino Sacco Editore, 2009

Spazio pubblicitario

Un libro di poesie che avrebbe voluto essere un Libro-Giocattolo, formato da parti mobili o ripiegate che, combinate variamente fra loro, creano effetti particolari, invece alla fine è stato ridotto (manco a farlo apposta!) in un insieme di fogli che contengono testi stampati!? Si rende noto inoltre che, detto libro va conservato a temperatura ambiente e checchesenedica è conforme alle norme ISO della qualità in quanto ad odore, sapore, colore e nutrienti poetici (!) sovrabbondantemente irrispettosi, pertanto si invitano i Fruitori del libro ad attenersi attentamente alle avvertenze e alle modalità inscritte all’interno e di non “agitarsi” prima dell’uso, e al contempo, di tenere presente che ogni volume è munito di un dispositivo autodistruttivo, detto “distruggimilapoesiachenonmipiace”, che può innescare il singolo lettore a suo piacimento, nel momento in cui alcune poesie oppure anche tutta la pubblicazione, non abbia riscosso il suo gradimento o “fabbi-sogno poetico”. (Il congegno di cui sopra, è di nuovissima concezione, già applicato a noti prodotti liofilizzati, è quindi ecocompatibile, esso permette in definitiva il regolare svolgimento di tutti i processi psico-fisiologici, specialmente per quei soggetti che vedranno minata, arrivati all’ultima pagina, se vi arriveranno, la propria idea di poesia). Si precisa inoltre, che la spesa per l’acquisto del libro, sarà in parte detraibile dalla dichiarazione dei redditi a partire dal 21 dicembre 2012 (giorno prefissato per la Fine del Mondo!) e che infine, grazie alla “Piattaforma Interattiva di Monitoraggio” degli Accordi Autore-Editore, è in via di concretizzazione la garanzia Soddisfatti o Rimborsati (ancora da imprimere sul retro) della quale il lettore può avvalersi a sua tutela, entro 7 giorni dall’acquisto. E dulcis in fundo… ai primi 1000… ? Ai primi 100? Ai primi 10? – Facciamo al primo! Al primo che acquisterà una copia di Ecolallaliche, verrà consegnata una copia autografata!

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Promo Ecolallaliche

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[…] è un conglomerato di tutti i tuoi colori e umori e idiosincrasie, ire e malumori, tutto dentro una campana di vetro con tanta finta neve che ora si posa e ora si solleva in un turbine… è un sistema pantoclastico con voce recitante e una ascoltante.

Giorgio Linguaglossa

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Nunzio Festa su ‘Ecolallaliche’

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Prefazione di Fabrizio Patriarca:

http://www.poiein.it/autori/2010/2010_02/12_Amorese_Ecolallaliche.htm

POSTFAZIONE

Il buon Lacan, convocato in epigrafe, direbbe per certo che la lallazione degli infanti non è solo prova di tra­smissione del linguaggio, o usatissimo meccanico eser­cizio di affinamento degli apparati di fonazione, o au­tomatico preliminare  – di gran lunga pre-scolare e addi­rittura pre-sociale, e davvero non vincolato a brevetti scientifici depositati – necessariamente richiesto per l’apprendimento linguistico: insomma, non è semplice­mente forma spontanea di glottodidattica in continua sperimentazione presso quegli autodidatti dilettanti, in­temerati e tenaci, intelligenti come non mai dopo, che noi siamo nei primi mesi di vita. Il Lacan direbbe, di più e di diverso, che la lallazione è (perciò da considerare con speciale attenzione anche in età non infante) lin­guaggio sottratto a funzioni preordinate, sciolto dagli impacci di un potere economico e dell’impero in colle­gato dei segni di comunicazione, dunque affrancato dall’asservimento al principio di realtà: è linguaggio li­bero, liberamente mosso da pulsioni e desideri, orientato al principio del piacere e sulle regole dei giochi del principio del piacere piacevolmente giocato.

I lacaniani  doc aggiungerebbero, a loro volta, che la lallazione sta dalla parte del semiotico, non del simbo­lico; e che su di essa, in quanto espressione e manipola­zione della materia del significante, insiste e fa centro quella che può intendersi, e qualcuno ha definito, come rivoluzione del linguaggio poetico.

Sono sicuro che Stefano Amorese, il quale si rinomina per anagramma Faraòn Meteosès, sottoscriverebbe in pieno questi assunti e le prospezioni relative di teoria e di programmazione della scrittura letteraria – sono con­vinto, inoltre, che essi sono gran parte della mappatura genetica e dei moventi del suo testo, imperniato sulla valorizzazione, cara alla tradizione delle avanguardie storiche novecentesche, della soprarealtà di una irridu­cibile seconda natura e della promessa di alterità coinci­denti, e contenute, nell’azione della letteratura.

Li sottoscriverebbe però con una variante, e non di poco conto, di cui indirettamente riferisce, del resto, il titolo di quest’opera. Che rimastica e piega in aggettivo la pratica della lallazione, prescrivendole una antefissa quale è «eco» (che non è soltanto – ambiguità del lin­guaggio – prefisso d’ambiente derivato da oikos): trat­tasi della ammissibilità di un ritorno sonoro (eccolo l’echum latino) sopra le emissioni vocali per lallazione, che può avere effetti distorcenti e può “contaminare” l’autenticità senza trattamenti simbolico-funzionali,  ov­vero contraffare il sapore da “onomatopea astratta” della degustazione, del significante (non si dimentichi che la parola “lallazione” ha di suo un assetto onomatopeico); e  trattasi di una dispersione potenzialmente equivoca e quasi patologica del senso forte dell’operazione libera­mente “lallante”, quale il sostantivo “ecolalia” e il suo derivato “ecolaliche”, con il loro pedigree culturale, sembrano ammettere (delineando, come con anamorfosi, sindromi da autismo per contraltare a ridenti ludi in­fanti): tutto ciò in Ecolallaliche, nome composto plu­rimo e assai intrigante. E tutto ciò, volendo citare un’applicazione sintomatica, o un epifenomeno esem­plare, nel pezzo che ha titolo Dada e dadaumpa, dove “dada” è lemma lallatico, ed è prestigioso distintivo di una delle più antagoniste – e a suo modo eroiche – avanguardie conosciute, mentre “dadaumpa” rilancia, procurando un’eco distorcente, una orecchiabilissima e cantatissima, e scontata, sigla televisiva (pronostico dell’universo mediatico che allora appena s’annunciava) delle mitiche gemelle Kessler.

Che Faraòn Meteosès, alias Stefano Amorese, abbia un filo diretto con Palazzeschi e con il dadaismo è cosa di palmare evidenza. Che pasticci con il linguaggio racco­gliendone, assecondandone e sviluppandone l’energia materiale e la forza di trascinamento, e di seduzione, è prassi che sulle sue pagine trova continui riscontri. E vi è d’un subito certificabile che lo stato di cittadinanza dei suoi versi è il comico, generatosi dall’accostamento di elementi incongrui, dalla produzione di discontinuità fi­gurali o di slogamenti semantici, dall’affiorare di qui pro quo e dal deflagrare di nonsense.

In accordo con Palazzeschi, infatti, l’autore potrebbe ri­petere che queste sue poesie voglion dire come quando uno canticchia una canzonetta e sostituisce alle parole “scordate” sciami di fonismi grosso modo consonanti e comunque arrangiati; e precisare che la materia del testo quasi è fatta, qui, della spazzatura delle altre poesie. Del dadaismo, poi, non ci si sbaglia a sostenere che siano riusati, nel caso, la modalità dell’hasard e l’oltranza scapricciata (e pure sfrontata e tracotante, a veder bene) del gioco. Si gioca con i giochi retorici da ritorno del re­presso formale, i giochi che anche i surrealisti hanno amato e che avrebbero amato, qualche decennio dopo l’avanguardia di Breton, gli oulipiens. Si gioca con i raddoppiamenti, con le geminazioni, con le combina­zioni antifrastiche, con i chiasmi, con anagrammi e pa­ragrammi, con le variazioni improvvisate sopra di una radice tematica o di un nucleo sillabico alla maniera di un vocalist in una jazz session; si gioca con le zeppe o con le enumerazioni, con le sottrazioni e con gli incastri, con le giunzioni bifrontali a formazione para-palindro­mica e con gli incatenamenti, con le sostituzioni di sin­tagmi e con gli innesti di talee nel tessuto di una frase o sul tronco di una parola. Nel segno del comico è tutta un’eruzione, allora, di pomfi metaforici su di un corpo mobile e ondulato, metamorfico, nel quale ravvisi, come in un sistema circolatorio, filiere di assonanze che chie­dono di prestarsi alla voce, sequenze o code di isotopie pronte a portarsi in scena.

Lascio al lettore di rinvenirne luoghi e tipologie e di in­ventariarne occorrenze, troppo diffusi gli uni e troppo frequenti e numerose le altre, perché un postfatore possa offrirne, nello spazio che misura ed equilibrio gli sugge­riscono conveniente, un approssimativo e attendibile ri­scontro. Mi preme indicare, piuttosto, alcune delle stra­tegie che si conducono, per compattare in contesti di macrosenso siffatti impieghi di selezione e di combina­zione fonico-linguistica.

Strategie o piani di operazione. Un primo sembra ispi­rarsi alla figura di Zelig o di Gurdulù (non è senza in­tenzione precisa che abbiamo prescelto a basi compara­tive eventuali, tra i tanti casi possibili di una lunga tradi­zione di genere comico, un Allen o il Calvino del Cava­liere inesistente): ecco così un io-scrittura che si incista di cose (alla maniera di Arcimboldi), si insabbia, si ma­terializza, si involge e si incarta, si muta, si rimescola, si dispone infinitamente mimetico e cangiante, si innatura, si rifiuta al dominio di un io autocrate e all’armatura che lo costituisce e lo sostiene. Un secondo piano pare che prenda a riferimento la celeberrima Alice del reverendo Lewis Carroll: a porte battante  l’io-scrittura va da un paese all’altro, attraversa un’infinità di soglie e di spec­chi, s’imbuca in un varco e s’affaccia su di un paesaggio tutt’affatto diverso e spaesante, va di qua e di là dove lo porta l’intelligenza del linguaggio, cancella surrealisti­camente eterodirette categorie spazio-temporali e si scrolla di dosso la fisionomia di una preordinata indivi­dualità strutturante. Un terzo fa per assomigliare all’immagine di una matrioska o di un cannocchiale ro­vesciato: concede che ci si infili in un percorso au re­bours punteggiato di inghiottitoi, di rientri, di precipizi (catabasi? regressioni ad uterum?): induce serialità rim­picciolenti o dilatanti, comunque deformanti, come sotto l’azione di uno strumento ottico che s’allunga e che s’accorcia rimangiandosi le immagini, finché fra le “città” del testo si perde qualunque indirizzo identitario.

Il flusso metamorfico, il viaggio multidirezionale e di­ramato senza codici della strada e bussole d’orientamento, l’andirivieni e l’intrudersi, l’ingranarsi e lo sgranarsi dei composti frastici e figurali si candi­dano forse, in Ecolallaliche, ad equivalenti, ovvero a traslazioni nel segno dell’utopia o anche a supermeta­fore eccellenti, di una vita da agire senza resistenze e senza autodevoluzioni dell’io alle convenzioni e alle leggi di una ragion sociale (ed economica) necrotiz­zante?

Tanto, ossia una promesse de bonheur, secondo la mi­gliore tradizione dell’avanguardia storica, crederemmo di inferire (ciò esplicitamente nella clausola di un com­ponimento “ecolallalico” che parte dalla triplice di «co­involgere-stravolgere-riavvolgere», fra crete e sabbie) da un «vivere» crescente fino al tutto maiuscoletto, in­nescato dall’energia propellente dell’«Irrazionalità», se proprio quel «VIVERE», di un’adesione incondizionata al moto proprio della vita, non apparisse troppo forzato graficamente, e rilevato, per essere vero. E se, contem­poraneamente, a sbalzi, fotogramma dopo fotogramma, il mescidarsi e l’innaturarsi di scene e personaggi non profilasse l’ombra di contaminazioni diluenti e accomo­danti, notoriamente molto apprezzate in temperie po­stmoderne. E se non riaggallassero cartoni animati (con un Paperone che strizza un occhio profanatore, ma che non fa più scandalo, nei pressi di un Dio), o bip-bip, o videogiochi (gli stessi che sputano e ingoiano le imma­gini sui loro schermi ad alta velocità): cioè alcuni totem della odierna civiltà dello spettacolo e del consumo. E se una teatralizzazione marcata non portasse a mésaillan­ces un Moulin Rouge, tra giarrettiere e vestitini fascianti e bustini con stecche, con una discoteca da giovanili riti di massa in tremila. E se non finissero contagiate, da un kitsch deliberatamente programmato e volutamente in­contrato, le comparsate di un eros che rispunta, carica­tissimo e sprezzante e divertito, in pezzi che si allun­gano in tiritere estenuanti, non lontane dai blob postmo­derni.

Allo spaesamento fa da specchio decostruente e defor­mante l’appaesamento nel congegno tritatutto di una so­cietà che ricombina produzione, consumo, rifiuti (e con­suma gli stessi sogni di paradisi infanti, e incamera e normalizza e volge a suo profitto gli stessi giochi da ri­voluzione del linguaggio poetico – non è tutto uno spettacolo da clown, da nonsense quello di governo e maggioranza del sistema-Italia; e non solo il loro, pur­troppo? – e fa sistematiche parodie, ma scuoranti, di se­quele lallanti). Alla lallazione che pronuncia il desiderio di una vita altra (ad alta ecologia umana) fa eco conti­nua, e motteggiante, nella scrittura di Stefano Amorese (di Faraòn Meteosès), la distorsione dell’ecolalia, o ru­more e ridondanza ecololalici, della contemporaneità che ci stringe e ci espropria.

Utopia e distopia, paradiso agognato – mimato – e sub­dolo – reale – universo orrendo rappresentati di sguin­cio, in una dinamica di vasi comunicanti, in tiro dialet­tico: tra soggetto liberamente infante e trattenuto contro­soggetto autistico si pone, insomma, questo Ecolallali­che: un luogo di circolazione critica, e uno spazio me­taletterario, che si attraversa con produttivo interesse, con divertita utilità.

Prof. Marcello Carlino

(Università “La Sapienza”, Roma)

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